Predicazione di domenica 12 marzo


Predicazione sul testo di Matteo 12, 38-42, a cura del pastore Peter Ciaccio

Allora alcuni scribi e farisei presero a dirgli: «Maestro, noi vorremmo vederti fare un segno». Ma egli rispose loro: «Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. Poiché, come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così il Figlio dell’uomo starà nel cuore della terra tre giorni e tre notti. I Niniviti compariranno nel giudizio con questa generazione e la condanneranno, perché essi si ravvidero alla predicazione di Giona; ed ecco, qui c’è più che Giona! La regina del mezzogiorno comparirà nel giudizio con questa generazione e la condannerà; perché ella venne dalle estremità della terra per udire la sapienza di Salomone; ed ecco, qui c’è più che Salomone!»

Molti di voi sanno che mia madre non era italiana e che se parlo inglese è anche grazie a lei. Non vi racconto la storia nei dettagli, perché non è del tutto pertinente con quanto voglio dirvi oggi, ma vi basti sapere che quando ero bambino c’era una richiesta che mi dava particolarmente fastidio. Spesso, infatti, i miei compagni di gioco mi dicevano: «Parli inglese? Mi dici qualcosa in inglese?» Mi dava fastidio un po’ perché non sapevo mai cosa dire, un po’ perché mi pareva una richiesta inutile. A che ti serve che dica qualcosa in inglese? Per caso non credi che parlo inglese? E se ti dicessi «I love hamburgers» mi crederesti?

Non per fare paralleli inappropriati, ma ogni volta che ascolto questa Parola che abbiamo letto oggi, mi viene in mente quel mio stato d’animo da ragazzo. M’immagino Gesù scocciato, infastidito da chi gli chiede miracoli, come fosse un distributore di caffè. «Me lo fai un miracolo?» Riuscite anche voi a immaginare Gesù spiazzato dalla richiesta? Cosa dovrebbe fare, levitare in aria, mutare il colore dei capelli dell’interlocutore oppure guardarsi intorno se c’è qualche storpio o cieco da guarire all’occorrenza?

E cosa cambierebbe in chi gli ha fatto la richiesta? Magari la sua reazione sarebbe: «Forte!», come reagiamo noi davanti a un gioco di prestigio. Magari chiamerebbe gli amici, dicendo: «Oh, vieni a vedere che fa questo Gesù! C’è da rimanere a bocca aperta!»

Certo, non riusciamo a immaginarci un Gesù spiazzato, perché ci appare sempre pronto, con la parola giusta da dire e il testo che abbiamo letto ci fornisce un’altra risposta pronta. Se vi fermate un attimo a riflettere, però, noterete il fiume di parole che Gesù riversa in risposta a quella che apparentemente sembra una richiesta di poco conto: il fiume di parole che esce quando si rompe la diga della pazienza.

«Generazione malvagia e adultera!» E che sarà mai, ti ho chiesto solo se mi facevi vedere un miracolo!

Ma Gesù comprende che c’è ben altro dietro questa richiesta apparentemente superficiale: c’è la non disponibilità a credere, c’è l’illusione che la mancanza di fede sia un problema dell’oggetto della fede e non del soggetto della fede. La mancanza di fede in Dio non è un problema di Dio, ma è un problema di chi non crede, anche perché, per chi non crede, non c’è Dio e dunque non può avere problemi. La mancanza di fede non è un problema di chi non crede — almeno secondo questo testo — ma è un problema di chi crede.

Gli scribi e i farisei rappresentano, infatti, persone di fede, persone che fanno professione pubblica di fede. Nessuno metterebbe in dubbio la loro fede, come nessuno metterebbe in dubbio la fede di un pastore, di un prete, di un imam, di un rabbino. Nessuno mi ha mai chiesto se credo in Dio, almeno da quando sono pastore.

Questo testo rivela la tristezza di una fede vuota, di una fede nei miracoli e non in colui che può fare miracoli. E non vale solo per pastori, preti e rabbini: vale per ognuno e ognuna di noi, ogni volta che la fede vacilla perché vorremmo un miracolo da parte di Dio. Tutti noi vorremmo un miracolo da parte di Dio. Tutti vorremmo che quell’uomo bruciato vivo l’altra sera a Palermo fosse ancora vivo. Tutti noi vorremmo che non ci fossero più disoccupati, non ci fossero più guerre né ingiustizie e tutti noi chiediamo a Dio di intervenire. Ma la nostra fede dipende dall’intervento di Dio? Oppure noi crederemmo ugualmente, anche se Dio non intervenisse con un miracolo?

Ecco perché Gesù attacca chi gli chiede un segno, ecco perché li chiama “malvagi e adulteri”. Vogliono un segno? Avranno solo il segno di Giona, il profeta che si fece buttare a mare perché capiva che non era giusto che altri pagassero per lui, ma che fosse invece giusto che lui pagasse per gli altri; il profeta che morì per tre giorni — voglio vedere voi a restare vivi tre giorni nella pancia di un pesce senza essere Giona o Geppetto — e che poi ne uscì vivo; il profeta che andò in una città di morti e che lasciò come una città di risorti a vita nuova; il profeta che si piega alla volontà di Dio, anche se questa è lontanissima dalla sua, e che osa rinfacciarlo a Dio.

Questo è il segno di Giona: qual è il segno di Gesù? La sua sofferenza, la sua morte, la sua resurrezione. Non ti sta bene? Non ti basta? Affari tuoi: la fede in Cristo è solo questo: “prendere o lasciare”.

Può sembrare una richiesta violenta da parte di Gesù, ma non lo è. Il suo “prendere o lasciare” cancella tutti gli altri “prendere o lasciare”.

Sei donna e non puoi fare il prete. Non ti sta bene? Prendere o lasciare.

Sei omosessuale e se non cambi o se non ti reprimi, qui non c’è posto per te. Non ti sta bene? Prendere o lasciare.

Sei divorziato e sei escluso dalla comunione. Non ti sta bene? Prendere o lasciare.

Non ti piace il pastore? Non ti piace il papa? Prendere o lasciare.

Non sei del colore giusto, di pelle o politico, per questa chiesa. Non ti sta bene? Prendere o lasciare.

Tutto questo, tutti questi capricci elevati a dogma sono “fuffa”, sono annullati dall’unico prendere o lasciare che conta: quello di Gesù Cristo, morto e risorto per te e per il tuo vicino, anche per quello il cui cane fa la pipì sulla ruota della tua macchina o i cui vasi sgocciolano sui tuoi panni stesi. Non ti sta bene? Prendere o lasciare.

Questo è l’unico “Prendere o lasciare” che conta. Questo è il “Prendere o lasciare” che è la garanzia della nostra libertà, della nostra uguaglianza davanti a Dio, del nostro essere chiesa. Aggiungerei, se me lo concedete, del nostro essere chiesa insieme.

Dove c’è la consapevolezza di questo, dove si sa che l’unico “Prendere o lasciare” è nella fede nel Cristo crocifisso e risorto, lì c’è più sapienza di quanta non ne avesse il Re Salomone. Cioè, lì è un luogo dello Spirito. Possa essere questo uno di quei luoghi illuminati dalla sapienza dello Spirito Santo.

Amen

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