Predicazione di domenica 22 maggio 2016 17


Qui trovate la Parola che la predicatrice locale Delia Allotta ha annunciato durante il culto da lei condotto domenica 22 Maggio 2016 nella chiesa valdese di Palermo e qualche giorno prima durante la Veglia ecumenica per il superamento dell’omofobia e della transfobia nella chiesa di Santa Maria della Catena, martedì 17 maggio. La domenica successiva al 17 maggio viene dedicata dalle nostre (e da altre) chiese alla preghiera contro l’omofobia.

Io vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Amatevi come io vi ho amato!
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se vi amate gli uni gli altri.
Giovanni 13,34-35 (T.I.L.C.)

Come riconoscere un Cristiano, una Cristiana? Cosa ci fa intuire di trovarci in presenza di un/una seguace di Cristo? Spesso ad attirare la nostra attenzione sono i simboli religiosi : una piccola croce appesa al collo, una Bibbia tra le mani…o il fatto  di ascoltare qualcuno/a che pronuncia dei versetti biblici a memoria o che fa riferimento ad episodi della Scrittura. Ancora più spesso  Cristiani ci autodefiniamo, affermiamo di esserlo perché   frequentiamo la Chiesa o la frequentavano i nostri genitori ; Cristiani per aver ricevuto il battesimo, perché riconosciamo il valore salvifico della croce ….così essere Cristiani talvolta può ridursi ad una etichetta,  ad un distintivo come tanti altri, quasi la tessera di un club . Gesù ci invita a non fermarci alle apparenze  ma di andare dritto al contenuto, al cuore di ogni discussione. Il discepolo di Cristo infatti, é riconoscibile soltanto da come agisce verso gli altri-  Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli : se vi amate gli uni  gli altri.

L’amore dunque come segno distintivo, l’amore del quale abbiamo ascoltato  le svariate qualità, le molteplici sfumature, durante la lettura della prima epistola  di Paolo ai  Cristiani di Corinto, in quel capitolo che, a ragione, è chiamato l’inno all’amore, all’agàpe! Ed è proprio di agàpe, di amore fraterno, vicendevole  che ci parla Gesù  quando dice : amatevi gli uni gli altri. Un amore accogliente, coinvolgente , un amore contagioso!

Amatevi come io vi ho amato.  Che Maestro esigente il nostro Gesù! Che impegno gravoso ci chiede! Una missione impossibile, una meta irraggiungibile! Amare come Lui ci ha amato e ci ha amato fino al punto da morire sulla croce! No, noi non siamo dei supereroi, dei personaggi della fantascienza ,no, non ce la faremo mai! E’ la nostra amara constatazione ad una prima lettura veloce, superficiale di questi versetti ma noi non ci arrendiamo e cerchiamo stamattina, tutti insieme con l’aiuto dello Spirito Santo, di approfondirne il senso, di sviscerarne il significato.

Sorelle e fratelli, leggendo i Vangeli talvolta ci sembra di essere entrati in un videogame, uno di quei giochi scaricabili da Internet, dove l’indice di difficoltà va via via aumentando: Prima – Ama il prossimo tuo come te stesso (Lc.22,39b) poi – Amate i vostri nemici  (Gv.6,27)  ora- Amatevi come io vi ho amato (Gv.13,34b). Se riusciremo forse a superare le prime due tappe, se pur con grandi, enormi difficoltà, la terza rimarrebbe uno scoglio insormontabile se non ci fermassimo a considerare che non si tratta di aumentare la quantità di amore da offrire al prossimo, al nemico ma qualità ( Gesù infatti dice : come io vi ho amato) Amare con lo stesso amore con il quale siamo stati amati, nella stessa maniera, tale e quale.

Quel come ( kathòs) può anche essere tradotto perché:  Amatevi perché io vi ho amati. In entrambi i casi si tratta di restituire l’amore che abbiamo ricevuto da Cristo dopo averlo fatto fluire tra noi come in un rimescolamento ; siamo invitati a cancellare quella linea verticale  che tante volte abbiamo  tracciato tra noi e Dio, noi e il “nostro” Dio e ridisegnarne una nuova, orizzontale tra noi e il nostro prossimo; è indispensabile permettere all’amore di scorrere, di circolare  tra noi:  amare Dio attraverso il nostro prossimo.

Delia Allotta predica alla chiesa della Catena

Delia Allotta predica alla chiesa della Catena

Io vi do un comandamento nuovo ed è veramente nuovo, innovativo  il comandamento di Gesù, non è un altro comandamento da aggiungere al decalogo, non è l’undicesimo comandamento, ma è una cosa nuova, diversa. In greco ci sono due aggettivi che significano nuovo: neòs e kainòs; l’evangelista Giovanni sceglie quello  che indica non il nuovo in senso cronologico (neòs), nuovo perché segue il vecchio, ma nuovo come diverso, altro (kainòs), una novità rispetto al passato.  Più che un comandamento è un nuovo patto; non si parla di legge (nòmos) ma di patto (entolè); è come se Gesù  ci dicesse: «Tu conosci i comandamenti che ti ho dato, ma ora, voglio stringere con te un nuovo patto, una nuova alleanza, ti offro una grossa novità!»

Questi versetti del Vangelo secondo Giovanni , scelti da Cristiani di diverse denominazioni, in occasione  delle veglie di preghiera per il superamento dell’omofobia e della trans fobia, che si sono svolte e che ancora si svolgeranno durante i prossimi giorni nelle varie città d’Italia, sono considerati il testamento spirituale di Gesù; vengono infatti pronunciati dopo il tradimento di Giuda, e prima del rinnegamento di Pietro, nel momento cioè dell’abbandono totale, quando Gesù sente che la fine è ormai prossima, una fine alla quale andrà incontro , da solo, tradito e rinnegato. Sono dunque  un’eredità, una preziosa eredità che ci viene lasciata; sono parole che resteranno, che verranno  per così dire a sostituire Gesù stesso durante la sua momentanea assenza, divenendo esse stesse annuncio, vangelo, buona notizia : l’amore .

Amatevi come io vi ho amato! Non sputatevi addosso, non insultatevi con epiteti volgari, non discriminatevi! Non additate chi è diverso da voi! Amate non ferite, non usate violenza, non uccidete! Sì care sorelle e fratelli, molti/e hanno trovato nel suicidio l’unica via d’uscita ad una condizione resa insopportabile dalla nostra società, una società intollerante, fatta di esclusione anziché di accoglienza, di odio anziché di amore.

Quanto spesso sorelle e fratelli noi diciamo di amare Dio ma non ci curiamo affatto del nostro prossimo! Amate come io vi ho amato è amare in maniera da restituire a ciascuno la propria dignità, è reintegrare l’individuo nel posto che Dio gli ha assegnato nel mondo, proprio come faceva Gesù con l’adultera, il lebbroso, lo straniero, il povero, il disadattato … rimettendo al centro tutti coloro che la società aveva messo ai margini.

Oggi si cerca di emarginare il diverso, colui/colei che non risponde a determinati requisiti, che non rientra negli schemi prefissati per la sua  appartenenza ad una minoranza religiosa, etnica… Oggi si fa di tutto per cercare di livellare, omologare, assimilare tutti e tutte ; si tende ad eliminare le differenze che invece vanno valorizzate perché sono una ricchezza, l’altro/a il diverso da me è incontro conoscenza, è la bellezza dell’alterità!

Amare non  è qualcosa di astratto, non è contemplazione,  ma si concretizza nel sanare le ferite dell’anima di chi ci sta accanto,  nel soccorre i deboli, confortare gli scoraggiati, a prescindere dalla condizione sociale, credo religioso, nazionalità, orientamento sessuale, amare incondizionatamente tutte e tutti perché siamo figlie e figli dello stesso Padre il quale vuole che viviamo insieme,come sorelle e fratelli, in un’unica famiglia,come abbiamo letto nella confessione di fede (Vivere come fratelli e sorelle –Dichiaraz. di fede della Chiesa Presbiteriana del SudAfrica 1981)

Amare significa garantire agli altri, alle altre gli stessi diritti ottenuti o per i quali stiamo ancora lottando, offrire pari opportunità in ogni campo perché non ci siano più cittadini di serie A e cittadini di serie B, cittadini con soli doveri e pochi diritti e, grazie a Dio, già in questi giorni abbiamo appreso con gioia che qualcosa si sta muovendo; pur in mezzo a tante difficoltà, obiezioni, ostruzionismi, sono state riconosciute le unioni civili. Amare è soprattutto riconoscere la libertà degli altri, dei nostri simili di colui che è carne della mia carne.

Sorelle e fratelli noi non siamo sordi all’invito di Gesù alla sua novità, siamo in cammino e la nostra meta sebbene lontana non è un’utopia; queste veglie, questi culti sul tema dell’omofobia  sono le nostre tappe, tappe importanti  durante le quali ci fermiamo per riflettere, per ricordare il cammino già fatto e riprendere le forze per quello ancora da fare.  Se consideriamo che il 17 maggio 1990 l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) cancellava l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, di cammino se n’è fatto, ma se ci guardiamo attorno, se diamo uno sguardo ai giornali o alla TV, la strada da fare è ancora tanta.

Tappa dopo tappa,  anche a  piccoli passi, con sacrificio ma con fiducia,  tutti insieme, giovani e anziani, forti e deboli, coraggiosi e timidi, dobbiamo iniziare ad uscire da noi stessi per protenderci verso l’altro/ l’altra che sta aspettando di stringere la nostra mano.
Scrive il poeta indiano Rabindranat  Tagore

Sporgi la tua mano attraverso la notte,
ch’io l’afferri, la riempia e la stringa;
fammi sentire il tuo tocco
per tutto il lungo periodo della mia solitudine
.

Amen


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