Predicazione di Pasqua 2017


Predicazione a cura del pastore Peter Ciaccio per la domenica di Pasqua, 16 aprile 2017.

Dopo il sabato, verso l’alba del primo giorno della settimana, Maria Maddalena e l’altra Maria andarono a vedere il sepolcro. Ed ecco si fece un gran terremoto; perché un angelo del Signore, sceso dal cielo, si accostò, rotolò la pietra e vi sedette sopra. Il suo aspetto era come di folgore e la sua veste bianca come neve. E, per lo spavento che ne ebbero, le guardie tremarono e rimasero come morte. Ma l’angelo si rivolse alle donne e disse: «Voi, non temete; perché io so che cercate Gesù, che è stato crocifisso. Egli non è qui, perché è risuscitato come aveva detto; venite a vedere il luogo dove giaceva. E andate presto a dire ai suoi discepoli: “Egli è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, ve l’ho detto». E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli. Quand’ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l’adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno». [Matteo 28,1-10]

C’è uno stato d’animo che viene descritto nei versetti di Matteo che abbiamo letto: la paura.

La paura è pre-esistente, ovvero è già presente quando le donne vanno alla tomba di Gesù. È la paura che rende il dolore per la perdita ancora più vivo e presente. È la paura di morire, la paura che noi rimuoviamo tutti i giorni della nostra vita. È la paura di qualcosa che sappiamo che accadrà, ma non sappiamo quando accadrà, e che sappiamo che, quando accadrà, tutto finirà.

Finirà la nostra storia: quel che abbiamo fatto è stato fatto, non c’è niente che possa essere aggiunto. Finirà la possibilità di riparare quel che abbiamo rotto: se abbiamo litigato, se abbiamo fatto del male a qualcuno, da morti non c’è più possibilità di chiedere scusa. Certo, finiranno anche le nostre sofferenze, ma con esse finiranno anche le nostre gioie, le piccole come le grandi. Non potremo più mangiare, non potremo più bere un bicchiere di vino, non potremo più abbracciare né essere abbracciati. Non potremo più amare né essere amati. Quando arriverà la morte, ci saranno ancora dei vivi — si spera — che continueranno ad amarmi, ma non ameranno più me che ho cessato di esistere, ma la mia memoria, la traccia che ho lasciato. La morte è così definitiva da farci potenzialmente rimpiangere anche di non essere più odiati. Perché anche l’odio, per quanto sbagliato e venefico, è un sentimento, un sentimento che ti mette in relazione con l’altro, una relazione malata, ma pur sempre una relazione. Ecco, con la morte non c’è più relazione.

Certo, c’è chi dice che da morti, una parte di noi non morirà, lo spirito, l’anima sopravviverebbero alla fine delle funzioni vitali e alla distruzione del corpo. Possiamo anche pensare questo, ma — a parte racconti sfocati, di visioni, di sogni, di fantasmi — non possiamo essere sicuri di sopravvivere in qualche forma senziente alla morte. O almeno non possiamo esserne sicuri, come siamo invece sicuri della morte. Questo perché abbiamo visto la morte, la morte degli altri, la morte delle persone che ci sono care e, in quei giorni di lutto, di tristezza e di separazione, si fa strada quella consapevolezza che reprimiamo per andare avanti: un giorno toccherà anche a me e io non lo voglio.

Questa è la paura con la quale le donne vanno al sepolcro. Se Gesù è morto, Gesù nel quale speravano tanto, cosa ne sarà di noi? Anche noi moriremo, anche i nostri corpi un giorno avranno bisogno di qualcuno che se ne prenda cura, fino alla naturale decomposizione e scomparsa del corpo e, meno velocemente, della memoria della nostra esistenza, del nostro passaggio su questa terra.

Con questo stato d’animo le donne vanno al sepolcro e, a un tratto, alla paura si aggiunge il terrore: un terremoto, un lampo di luce e appare uno strano essere sconosciuto e potente, l’angelo che si siede sulla pietra che, nonostante fosse pesantissima, egli stesso ha srotolato. E cosa fa l’angelo? Le attacca? Fa loro del male? Si mostra aggressivo? No. Si siede. Si mostra calmo e parla alle donne spaventate. Le prime parole sono: «Non temete».

Poi, sappiamo tutti cosa succede. L’angelo annuncia la resurrezione del Signore Gesù Cristo e dice dove è possibile trovarlo, anzi ritrovarlo, rincontrarlo, riabbracciarlo. Le donne allora corrono e vanno dai discepoli del Signore per annunciare loro quel che l’angelo ha detto.

E in quel momento, riporta Matteo, si presenta lo stesso Gesù che dopo aver salutato, dice per prime le stesse parole che aveva detto l’angelo: «Non temete».

Vedete, allora, quanto è importante questo punto. Le donne, gli uomini hanno paura. Il Signore dice «Non temete». Non temete, cosa?

Anzitutto non temete per la morte, la vostra morte. Allo stesso modo in cui, guardando una persona morta, pensate alla vostra morte, guardando al Signore vivo, risorto dai morti, ora potete pensare alla vostra vita, alla vostra resurrezione. Non uno spirito, non un fantasma, non un sogno, non una visione: vivo. Vivo. Risorto dai morti. Era morto, ma ora è vivo. E se Lui è vivo, anche io lo sarò un giorno. Per questo, non temete.

E poi? Poi dobbiamo fare come le donne e come anche gli altri discepoli hanno fatto: andare a riferire quel che ha detto l’angelo prima e Gesù poi. Non temete. E su questo vorrei che noi riflettessimo un poco questa santa mattina di Pasqua.

Viviamo in un mondo secolarizzato, dove sono sempre più numerosi quelli che non conoscono Dio. Le religioni, tutte, perdono terreno. E allora le comunità di fede cosa provano? Paura. Paura di morire, di scomparire. Magari non oggi, ma quando leggiamo la relazione finanziaria, un po’ di paura di morire, di scomparire, di chiudere, c’è. Molti di noi si fanno in testa il grafico, il trend, per ipotizzare quando la situazione non sarà più sostenibile, quando — più o meno — la chiesa locale morirà. E come reagiscono le comunità di fede? Spesso cercando di capitalizzare sulla paura, con messaggi del tipo “Il mondo va a rotoli, vieni da noi che qui troverai un senso, qui sarai al sicuro etc. etc.”

Per secoli le chiese hanno fatto così. Da un punto di vista mondano, è stato un successo: la curva del grafico è stata allungata, la morte è stata rimandata. Ma questa è la salvezza umana, quella effimera, quella della rimozione e dell’illusione, quella del guadagnare un po’ di tempo.

La salvezza offertaci da Dio in Cristo nel giorno di Pasqua è tutt’altro: è reale, è definitiva.

A noi che abbiamo paura, Gesù stamane dice: «Non temete». E una volta che riceviamo questo messaggio, dobbiamo fare lo stesso anche noi con gli altri. Non fomentare le paure altrui. Non dire agli altri che le cose vanno male, che il mondo va a rotoli, che è un mondo sempre più violento. Non è con la paura che noi abbiamo scoperto l’amore di Dio, non è con la paura che annunceremo l’amore di Dio. E poi non è giusto. Noi che siamo stati liberati dalla paura della morte, non dobbiamo spaventare gli altri o alimentare le loro paure. Noi dobbiamo annunciare la fine della paura.

Il Signore è risorto. Egli è risorto veramente. Alleluia!

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