Sermone del 13 Dicembre 2015


Avvento 3 2015

I Corinzi 4,1-5

Che sia capitato questo testo proprio mentre le due comunità valdesi e metodiste di Palermo si riuniscono insieme per il culto è bello e importante. Oggi ci prendiamo qualche minuto per riflettere su che cosa significa essere chiese, sull’essenziale che possiamo e dobbiamo pretendere da noi. È importante fermarsi a riflettere su questo, perché spesso ci comportiamo come se non fosse un punto cruciale. Siamo di fretta, sempre di fretta. Siamo in emergenza, sempre in emergenza. Il susseguirsi di cose da fare rischia di buttarci in uno stato di panico permanente. Per fare un esempio, negli ultimi tre giorni, qui a Via Spezio siamo stati alle prese con il bazar: sistema la chiesa per il bazar, sistema poi la chiesa per il culto, organizza l’agape per domenica, e poi ripulisci tutto. Come si fa a pensare, in questa condizione, al senso del servire nella chiesa, quando si è troppo occupati a servire?
L’apostolo Paolo si prende una pausa, nell’ambito di questa lettera il cui scopo principale è tirare le orecchie ai Corinzi, aggiustare le loro storture, ammonire riguardo i loro errori. Proprio all’interno di questa lettera, in cui il giudizio di Paolo sui Corinzi è tremendo, troviamo questa frase: “a me importa pochissimo di essere giudicato da voi né mi giudico da me stesso”.
Si potrebbe leggere questo passaggio nel senso che Paolo si pone al di sopra del giudizio: giudica, ma non può essere giudicato. La chiesa nella storia si è comportata spesso così: giudica gli altri, ma non si fa giudicare. Alcune chiese si sono comportate così in maniera particolare, ma possiamo dire che nessuno è stato veramente immune dal moralismo.
Paolo non è un moralista, almeno non in questi versetti. Paolo, potremmo dire, abbassa semplicemente il tono della riflessione. Potremmo sintetizzare così il suo pensiero. Il giudizio? Spetta a Dio. Allora cosa spetta a noi? Testa bassa e lavorare. Servitori e amministratori. Paolo usa due parole laiche, secolari per descrivere il nostro compito nella chiesa. Non usa parole sacre, non usa parole che possono farci sentire diversi o superiori ad altri o, per usare un’espressione più forte, al di sopra degli altri.
Come cristiani, noi saremo giudicati, ma ci pensa e ci penserà Dio. Non siamo al di sopra: siamo al di sotto di Dio. Dio ci giudicherà dall’alto. Per il resto, invece, siamo al livello degli altri. Il giudizio che subiamo, pertanto, non può essere altro che laico, secolare. Servitori e amministratori. Quasi come fossimo in un posto di lavoro, noi cristiani siamo giudicati, al livello umano, se riusciamo a svolgere questi due compiti: servire e amministrare.
Sì, il testo dice “servire Cristo”, ma cos’altro significa se non che dobbiamo essere fedeli ai suoi insegnamenti? O che dobbiamo aiutare il povero, dar da mangiare all’affamato, dar da bere all’assetato, dar da vestire a chi è nudo, in quanto servendo loro, serviamo Cristo?
La nostra è una fede incarnata: siamo elevati a Cristo per elevare il mondo, le altre persone, chi è nel bisogno, chi il nostro mondo butta giù, schiaccia e opprime. Altre visioni di fede, che in qualche maniera hanno contaminato anche la prassi cristiana, prevedono invece un distacco personale dal mondo e dalle altre persone. Noi siamo invece persone laiche e allo stesso tempo persone di fede. Il nostro sacro servizio è servizio delle persone, non servizio di cose sacre per conto nostro.
Noi spesso ci dimentichiamo di questo. Ci dimentichiamo di come radicata nella materialità del nostro mondo è la nostra fede. Basti vedere come viviamo come un disturbo l’aspetto monetario del nostro stare insieme. Ci sono chiese che non hanno il momento della colletta nel culto, c’è chi ce l’ha al termine del culto, dopo la benedizione. Come se una cosa fosse il servizio sacro, ovvero la proclamazione della Parola di Dio, l’annuncio del suo amore, e altra cosa fosse invece il fatto che il tempio elevato alla sola sua gloria necessiti di soldi.
Vi siete mai domandati perché l’elemosina non faccia parte della nostra cultura, della cultura protestante? Perché da noi si parla di diaconia e non di carità? Perché non è una valvola di sfogo, non è un atto marginale che facciamo per permetterci di elevarci a Dio. Una certa concezione monacale prevede che gli altri lavorino per te, per la tua elevazione, che poi, in maniera vicaria, diventa l’elevazione degli altri che non hanno tempo di pregare.
Da noi non è così: non si danno spicci per lavarsi la coscienza, ma si lavora, laicamente, per fare in modo che gli altri escano dal loro stato di bisogno. Si lavora. Si prega e si lavora.
Ma se lavoriamo laicamente, se siamo laici nel nostro servizio sacro, dov’è la nostra dimensione spirituale? Nell’attesa o, possiamo dire, nell’avvento. L’avvento di Cristo, il ritorno di Gesù: questa è la nostra dimensione spirituale e anche materiale.
Sorelle e fratelli, Natale si avvicina: non è solo un’operazione di memoria, non è solo un non dimenticarci dell’amore di Dio che ha scelto di vivere le nostre vite per un breve tempo, insieme a noi. È soprattutto l’attesa di Cristo che tornerà. E nel frattempo, serviamo e amministriamo, aspettando Colui che conosce i segreti del nostro cuore, l’unico in grado di giudicarci, l’unico in grado di perdonarci, l’unico in grado di amarci a tal punto da perdonare i nostri errori più gravi. Serviamo e amministriamo, con fiducia nei confronti dell’Unico degno veramente della nostra fiducia. A Lui sia la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Peter Ciaccio

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