Sermone del 31 luglio 2016


Romani 9,6-16

A cura di Renato Salvaggio

“Però non è che la parola di Dio sia caduta a terra; infatti non tutti i discendenti d’Israele sono Israele; né per il fatto di essere stirpe d’Abraamo, sono tutti figli d’Abraamo; anzi: «È in Isacco che ti sarà riconosciuta una discendenza». Cioè, non i figli della carne sono figli di Dio; ma i figli della promessa sono considerati come discendenza. Infatti, questa è la parola della promessa: «In questo tempo verrò, e Sara avrà un figlio». Ma c’è di più! Anche a Rebecca avvenne la medesima cosa quand’ebbe concepito figli da un solo uomo, da Isacco nostro padre; poiché, prima che i gemelli fossero nati e che avessero fatto del bene o del male (affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama) le fu detto: «Il maggiore servirà il minore»; com’è scritto: «Ho amato Giacobbe e ho odiato Esaù». Che diremo dunque? Vi è forse ingiustizia in Dio? No di certo! Poiché egli dice a Mosè: «Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione». Non dipende dunque né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia.” (Romani 9,6-16)

 

Che diremo dunque? Vi è forse ingiustizia in Dio?

Questo interrogativo, che l’apostolo Paolo pone in maniera così risoluta, anche se in senso chiaramente retorico, con riferimento al problema della disubbidienza del popolo d’Israele che, pur essendo il popolo scelto da Dio, pur essendo destinatario delle sue benedizioni e delle sue promesse, pur essendo il popolo dei patriarchi e dei profeti, e dello stesso Gesù di Nazaret, ha rifiutato l’evangelo di Cristo e anche dopo la risurrezione di Gesù e l’effusione dello Spirito Santo a Pentecoste ha continuato a rifiutarlo e perciò sembra essere escluso dal progetto di salvezza di Dio, questo interrogativo, che sembra rispecchiare un certo tipo di realtà appartenente ormai a un’epoca lontana, viene posto anche oggi, nel nostro tempo, nella nostra società globalizzata, in una situazione profondamente diversa e dove per molti aspetti non si fa più riferimento ad alcuna realtà trascendente. Anche oggi risuona l’interrogativo: Vi è forse ingiustizia in Dio?

Infatti, anche oggi, di fronte agli innumerevoli fatti tragici che sono accaduti e continuano ad accadere nella storia dell’umanità, non solo si rimane sorpresi e stupefatti e spesso sconvolti dalla loro assurdità, dalla loro atrocità, perciò dalla loro fondamentale ingiustizia, ma si tende ad addossare a qualcuno la responsabilità di quel che accade, qualcuno diverso da sé. Qualcun altro che comunemente può essere individuato in una singola persona o in un’intera popolazione, può essere individuato nei cosiddetti poteri forti, sia politici che economici, può essere persino individuato in una qualche entità sovrannaturale. Perciò anche Dio viene tirato in ballo, anche a Dio si chiede conto e ragione del perché permette che certi fatti accadano, del perché non punisce i colpevoli e non interviene in aiuto degli innocenti, del perché non attua la sua giustizia o ciò che comunemente si pretende che sia la sua giustizia.

Nella concezione comune la giustizia di Dio è intesa in senso retributivo, cioè nel senso che Dio è giusto in quanto premia i buoni e castiga i cattivi, oppure in quanto interviene tempestivamente per risolvere le difficoltà incontrate dagli uomini come una divinità dell’antica mitologia greca o un supereroe della moderna mitologia americana. Ma questa non è propriamente la concezione biblica della giustizia di Dio. Anche se in alcuni casi sembra comportarsi così, Dio è sovranamente libero e la sua azione non corrisponde a rigidi criteri di tipo giuridico, quali gli uomini possono concepire e aspettarsi. La sua azione si svolge in maniera umanamente inimmaginabile, così come è scritto: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie, dice il Signore” (Isaia 55,8). Sì, secondo la Bibbia l’azione di Dio sconvolge ogni previsione e ogni aspirazione umana.

Ma se Dio agisce in maniera sovranamente libera, ciò non significa che agisca in maniera arbitraria e quindi ingiusta. Proprio per questo l’apostolo Paolo, dopo aver risolutamente posto l’interrogativo: “Vi è forse ingiustizia in Dio?”, si affretta a rispondere altrettanto risolutamente: “No di certo!”. Non vi è ingiustizia in Dio, perché la sua giustizia non consiste nell’affermazione di una volontà inflessibile, non consiste nell’applicazione di regole e di principi inderogabili, ma nella manifestazione della sua misericordia, così come è scritto: “Io avrò misericordia di chi avrò misericordia e avrò compassione di chi avrò compassione”. In altre parole, come Paolo ha già dichiarato all’inizio dell’epistola ai Romani, la giustizia di Dio si rivela nell’evangelo, cioè nell’opera di salvezza realizzata in Gesù Cristo “il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione” (Romani 4,25). Una giustizia dunque che non dipende dai comportamenti umani, non dipende dalle opere degli uomini, “né da chi vuole né da chi corre, ma da Dio che fa misericordia”, cioè dipende solamente dalla libera grazia di Dio.

Infatti, la causa dei terribili avvenimenti di questo mondo, la causa dell’odio e della violenza, dell’intolleranza e dello sfruttamento, della morte e della distruzione non è una ipotetica ingiustizia di Dio, ma è la malvagità degli uomini, è la loro avidità e la loro sete di potere e di dominio. Tuttavia, anche se la malvagità umana è un dato scontato, c’è chi si è chiesto e continua a chiedersi: Dov’era Dio ad Auschwitz? Dov’era Dio mentre milioni di uomini, donne e bambini venivano orrendamente eliminati nelle camere a gas? E si potrebbe aggiungere: Dov’era Dio a Nizza? Dov’era a Dacca? Dov’era a Kabul?

Sono interrogativi umanamente comprensibili che esprimono tutto il dolore e lo sgomento di chi è toccato profondamente da questi tragici avvenimenti. Anche papa Francesco, durante la sua visita al campo di sterminio di Auschwitz, ha posto lo stesso interrogativo. Persino Gesù, l’uomo martoriato e inchiodato sulla croce, ha gridato desolatamente: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Ma noi sappiamo che Dio non l’ha abbandonato, ma l’ha risuscitato, “avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte” (Atti 2,24), affinché per mezzo di lui si attuasse il progetto di Dio per la salvezza dell’intera umanità.

E così certamente Dio non ha abbandonato le innumerevoli vittime della malvagità umana, ma è rimasto accanto a loro, assistendole col suo Spirito consolatore. Noi non sappiamo in qual modo, ma certamente Dio è stato ed è dalla parte di quelli che credono in lui. Questa è stata la certezza dei tanti credenti la cui vita è stata stroncata dall’odio e dalla violenza, ma che hanno potuto lasciare una testimonianza del momento estremo della loro vita. Come esempio si può citare il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, impiccato dai nazisti nel terribile lager di Flossenbürg il 9 aprile 1945, che prima di morire ha detto: “Questa è la fine, per me il principio della vita”. Parole che esprimono una profonda fede saldamente fondata sulle promesse di consolazione e di salvezza del Signore contenute nelle Sacre Scritture, come quelle che il Signore rivolge alla chiesa di Smirne: “Non temere quello che avrai da soffrire… Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita” (Apocalisse 2,10).

Nessuno di noi può stabilire quel che è giusto e quel che è ingiusto agli occhi di Dio, né quale sia la strada che Dio si propone di percorrere per attuare i suoi progetti; nessuno può comprendere perché c’è chi verrà preso e chi verrà lasciato, chi verrà scelto e chi verrà rifiutato, chi verrà amato, come Giacobbe, e chi verrà odiato, come Esaù, come è scritto: “Chi ha conosciuto la mente del Signore da poterlo istruire?” (1Corinzi 2,16); ma ognuno di noi aspira, qui e ora, a un mondo nuovo completamente diverso, a quel mondo di pace e di giustizia che il Signore ha promesso, dove il lupo abita con l’agnello, dove non ci sono guerre né rumori di guerre, dove il male è definitivamente sconfitto.

Tuttavia, se le nostre aspirazioni non sembrano realizzabili qui e ora, se il male continua a dilagare, se l’odio, la morte e la distruzione sono una triste realtà quotidiana di questo mondo, non possiamo certamente attribuirne a Dio la responsabilità. Non possiamo pretendere che Dio con un colpo di spugna cancelli tutto il male che c’è nel mondo e nel quale anche tutti noi in misura diversa siamo immersi; ciò significherebbe la fine di questo mondo e dell’intera umanità. Ma non è questo il progetto di Dio, perché il Signore non è un Dio di vendetta ma di perdono, non è un Dio di morte ma di vita, come è scritto: “Io non mi compiaccio della morte dell’empio, ma che l’empio si converta dalla sua via e viva” (Ezechiele 33,11).  

Allora, ecco che anche noi come credenti in Cristo siamo chiamati ad assecondare il progetto di Dio, siamo chiamati, proprio in questo mondo e in questo tempo in cui sembra che le forze del male abbiano il sopravvento, a vincere il male col bene, ad adoperarci affinché “l’empio si converta”, a essere fedeli testimoni dell’evangelo di Gesù Cristo, di quell’evangelo in cui si rivela la giustizia di Dio, cioè la sua misericordia e la sua compassione per questa umanità così travagliata e bisognosa di redenzione.

Siamo noi disponibili per questo compito? Siamo noi pronti a manifestare concretamente non segni di paura e di risentimento, ma segni di speranza e di fraternità? Che il Signore trasformi i nostri cuori e le nostre menti e ci renda credibili testimoni del suo amore. Amen.

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